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60 anni di presenza abruzzese a Bahia (1950-2010)
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Per
popolare le tre colonie (le prime due sotto la supervisione
dello Stato di Bahia, la terza del governo centrale brasiliano),
le autorità siglarono un accordo con una cooperativa
di Pescara, la “Società lavoratori agricoli per il
Brasile” (SCLAPIB) che, a sua volta, s’impegnò a
selezionare, nella regione d’origine, le famiglie destinate
all’emigrazione. In poco tempo, superando le difficoltà
naturali – quali, ad esempio, la scarsità d’acqua e la
difficoltà di adattamento di alcune specie vegetali – i
coloni riuscirono a ripagare il credito inizialmente concesso
loro, grazie alle avanzate tecniche di coltivazione di cui
disponevano. Oltre alla produzione ortofrutticola (per la quale
il municipio di Jaguaquara occupa tuttora il secondo posto nel
ranking dello Stato di Bahia), gli
italiani – autentici pionieri in questo settore –
introdussero, in terre tropicali, coltivazioni tipicamente
mediterranee come la vite
e il frumento. Alla
fine della seconda guerra mondiale l’Italia si ritrovava
economicamente in ginocchio e ancora turbata dalle conseguenza
di una guerra civile che ne aveva marcato in profondità la
coscienza. I problemi legati all’incidenza demografica, alla
persistenza della proprietà latifondista e alla conseguente
mancanza di mezzi di sostentamento affliggevano particolarmente
i contadini delle regioni più povere del Centro e del Sud della
Penisola; molti di loro decisero, pertanto, di far ricorso alla
“valvola di sfogo” che aveva permesso la sopravvivenza
d’intere generazioni d’italiani a partire dal XIX secolo:
l’emigrazione. I
casi di Boa
União, Itiruçu e Jaguaquara s’inquadrano, dunque, nel più
ampio fenomeno dell’emigrazione italiana nel secondo
dopoguerra che interessò molte altre regioni del mondo e dello
stesso Brasile. È una delle storie di un popolo in cerca della
propria continuità, anche quando ciò comportava l’abbandono
della propria terra e delle proprie abitudini in favore di un
“nuovo mondo”. Lo
sradicamento, però,
non significa necessariamente una perdita di memoria: la cultura
sopravvive oltre la distanza geografica e ancor più
significativamente in una società
contadina, dove questa parola assume un’accezione
strettamente legata alla lavorazione della terra. Una terra
straniera, ma accogliente, che coinvolge l’emigrante in una
dialettica fra tradizione
e integrazione e che ha come sintesi la pratica quotidiana, cosciente
o incosciente, della multiculturalità.
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