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NELLA Tana DEL GIAGUARO

 60 anni di presenza abruzzese a Bahia (1950-2010)



In occasione del 60° anniversario dell’emigrazione abruzzese verso le colonie agricole di Boa União, Itiruçu e Jaguaquara, Zoe pubblica un libro fotografico corredato da un approfondito studio su un caso storico fino ad ora trascurato. 
Gli autori, Giuseppe Benedini e Matteo Arquilla, accompagnati nella ricostruzione dalle parole dei diretti protagonisti, dalle immagini fotografiche e da documenti inediti, ripercorrono più di mezzo secolo della nostra storia dal dopoguerra a oggi, per conoscere i luoghi e i protagonisti dell’epopea italiana nelle terre tropicali della Bahia. 

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Premessa storica
Nell’anno 1950 il Governo Federale del Brasile, presieduto dal generale Eurico Gaspar Dutra, e il governatore dello Stato di Bahia, Octávio Mangabeira, decisero di promuovere l’ultimo esperimento di colonizzazione agricola nel nordest del paese sudamericano. All’interno di un più ampio programma di espansione verso l’entroterra, furono inaugurati tre insediamenti destinati al fomento delle coltivazioni ortofrutticole nelle località di Boa União, Itiruçu e Jaguaquara.

Per popolare le tre colonie (le prime due sotto la supervisione dello Stato di Bahia, la terza del governo centrale brasiliano), le autorità siglarono un accordo con una cooperativa di Pescara, la “Società lavoratori agricoli per il Brasile” (SCLAPIB) che, a sua volta, s’impegnò a selezionare, nella regione d’origine, le famiglie destinate all’emigrazione. In poco tempo, superando le difficoltà naturali – quali, ad esempio, la scarsità d’acqua e la difficoltà di adattamento di alcune specie vegetali – i coloni riuscirono a ripagare il credito inizialmente concesso loro, grazie alle avanzate tecniche di coltivazione di cui disponevano. Oltre alla produzione ortofrutticola (per la quale il municipio di Jaguaquara occupa tuttora il secondo posto nel ranking dello Stato di Bahia), gli italiani – autentici pionieri in questo settore – introdussero, in terre tropicali, coltivazioni tipicamente mediterranee come la vite e il frumento.

Alla fine della seconda guerra mondiale l’Italia si ritrovava economicamente in ginocchio e ancora turbata dalle conseguenza di una guerra civile che ne aveva marcato in profondità la coscienza. I problemi legati all’incidenza demografica, alla persistenza della proprietà latifondista e alla conseguente mancanza di mezzi di sostentamento affliggevano particolarmente i contadini delle regioni più povere del Centro e del Sud della Penisola; molti di loro decisero, pertanto, di far ricorso alla “valvola di sfogo” che aveva permesso la sopravvivenza d’intere generazioni d’italiani a partire dal XIX secolo: l’emigrazione. I casi di  Boa União, Itiruçu e Jaguaquara s’inquadrano, dunque, nel più ampio fenomeno dell’emigrazione italiana nel secondo dopoguerra che interessò molte altre regioni del mondo e dello stesso Brasile. È una delle storie di un popolo in cerca della propria continuità, anche quando ciò comportava l’abbandono della propria terra e delle proprie abitudini in favore di un “nuovo mondo”.

Lo sradicamento, però, non significa necessariamente una perdita di memoria: la cultura sopravvive oltre la distanza geografica e ancor più significativamente in una società contadina, dove questa parola assume un’accezione strettamente legata alla lavorazione della terra. Una terra straniera, ma accogliente, che coinvolge l’emigrante in una dialettica fra tradizione e integrazione e che ha come sintesi la pratica quotidiana, cosciente o incosciente, della multiculturalità.

 
 
 
       


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